Alla riscoperta del vigneto Italia: il Timorasso
di Antonio Mazzitelli
Mi è sempre apparso singolare come, nonostante una ricchezza ampelografica unica al mondo (oltre 650 vitigni in produzione), il nostro paese manchi sostanzialmente della cultura del vino bianco godibile lungo l'affascinante percorso di una lenta evoluzione.
Francia e Germania, per esemplificare, da sempre vessillifere del bianco adatto all'invecchiamento: Montrachet in Borgogna e Riesling in Mosella non hanno bisogno di presentazioni ulteriori. Gli esempi sarebbero molteplici.
Naturalmente, come sempre accade riguardo i giudizi tranchant, la realtà è leggermente diversa e sicuramente più complessa; gli estimatori del Verdicchio sanno benissimo quanto doni eleganza l'affinamento di questo portentoso marchigiano; le migliori espressioni di Fiano danno all'Irpinia un potente bianco che sfida tranquillamente il trascorrere del tempo.
In quest'ottica, tra gli addetti ai lavori sta crescendo l'interesse per un incredibile vitigno delle dolci colline tortonesi: il Timorasso.
Uva a bacca bianca da sempre allignata intorno alla città di Tortona, trova la sua unica culla lungo il corso del fiume Scrivia e dei suoi affluenti, che scavano valli dai suoli argillosi e compatti, storicamente vocate alla viticultura.
Abbiamo attestazioni antichissime della presenza del Timorasso in zona: basti citare l'episodio riguardante le nozze di Isabella d'Aragona, organizzate dal più grande wedding planner immaginabile, Leonardo da Vinci; si offrì agli ospiti il grande formaggio Montebore abbinato al Timuràs!
Dopo la catastrofe della fillossera e la Prima Guerra Mondiale, il Timorasso cade nel dimenticatoio, fin quasi a scomparire.
Del resto, è sempre stata un'uva problematica: ha bisogno di lungo soleggiamento, in posizione al riparo dei venti, anche perché soffre di aborto floreale, che fa perdere il 20-25% del raccolto già in fase di fioritura; come molti grandi vitigni (Riesling, Pinot Noir etc.) ha lunga vita vegetativa: germogliamento precoce ad inizio Aprile, maturazione tardiva a fine settembre, esponendosi sia a gelate primaverili, sia a grandinate autunnali; produttività incostante, scarsa vigoria vegetativa, soggetto a specifiche malattie, cinetica fermentativa lenta (quindi da monitorare con grande attenzione): insomma, come dicono i viticultori , uno “scassone”!
Fortunatamente il Timorasso ha trovato il papà: alla metà degli anni Ottanta, Walter Massa, personaggio poliedrico e di grande cultura, ha creduto fermamente
nella riscoperta di quest'uva e ha ricominciato vinificazioni serie. Immediatamente sono emerse le enormi potenzialità, sia quale importante bianco giovane, sia quale fascinoso signore di certa età.
Dopo quasi trent'anni, la scuola di Walter Massa (come tutti i Grandi non si è posto come competitor, ma ha aiutato i giovani a “fare sistema”) ha creato proseliti: oggi i produttori di Timorasso sono oltre venti, tra i quali spicca senz'altro un'azienda tra tutte, “La Colombera” di Pier Carlo ed Elisa Semino.
Ne parlerò nel prossimo post!
di Antonio Mazzitelli
Mi è sempre apparso singolare come, nonostante una ricchezza ampelografica unica al mondo (oltre 650 vitigni in produzione), il nostro paese manchi sostanzialmente della cultura del vino bianco godibile lungo l'affascinante percorso di una lenta evoluzione.
Francia e Germania, per esemplificare, da sempre vessillifere del bianco adatto all'invecchiamento: Montrachet in Borgogna e Riesling in Mosella non hanno bisogno di presentazioni ulteriori. Gli esempi sarebbero molteplici.
Naturalmente, come sempre accade riguardo i giudizi tranchant, la realtà è leggermente diversa e sicuramente più complessa; gli estimatori del Verdicchio sanno benissimo quanto doni eleganza l'affinamento di questo portentoso marchigiano; le migliori espressioni di Fiano danno all'Irpinia un potente bianco che sfida tranquillamente il trascorrere del tempo.
In quest'ottica, tra gli addetti ai lavori sta crescendo l'interesse per un incredibile vitigno delle dolci colline tortonesi: il Timorasso.Uva a bacca bianca da sempre allignata intorno alla città di Tortona, trova la sua unica culla lungo il corso del fiume Scrivia e dei suoi affluenti, che scavano valli dai suoli argillosi e compatti, storicamente vocate alla viticultura.
Abbiamo attestazioni antichissime della presenza del Timorasso in zona: basti citare l'episodio riguardante le nozze di Isabella d'Aragona, organizzate dal più grande wedding planner immaginabile, Leonardo da Vinci; si offrì agli ospiti il grande formaggio Montebore abbinato al Timuràs!
Dopo la catastrofe della fillossera e la Prima Guerra Mondiale, il Timorasso cade nel dimenticatoio, fin quasi a scomparire.
Del resto, è sempre stata un'uva problematica: ha bisogno di lungo soleggiamento, in posizione al riparo dei venti, anche perché soffre di aborto floreale, che fa perdere il 20-25% del raccolto già in fase di fioritura; come molti grandi vitigni (Riesling, Pinot Noir etc.) ha lunga vita vegetativa: germogliamento precoce ad inizio Aprile, maturazione tardiva a fine settembre, esponendosi sia a gelate primaverili, sia a grandinate autunnali; produttività incostante, scarsa vigoria vegetativa, soggetto a specifiche malattie, cinetica fermentativa lenta (quindi da monitorare con grande attenzione): insomma, come dicono i viticultori , uno “scassone”!
Fortunatamente il Timorasso ha trovato il papà: alla metà degli anni Ottanta, Walter Massa, personaggio poliedrico e di grande cultura, ha creduto fermamente
nella riscoperta di quest'uva e ha ricominciato vinificazioni serie. Immediatamente sono emerse le enormi potenzialità, sia quale importante bianco giovane, sia quale fascinoso signore di certa età.
Dopo quasi trent'anni, la scuola di Walter Massa (come tutti i Grandi non si è posto come competitor, ma ha aiutato i giovani a “fare sistema”) ha creato proseliti: oggi i produttori di Timorasso sono oltre venti, tra i quali spicca senz'altro un'azienda tra tutte, “La Colombera” di Pier Carlo ed Elisa Semino.
Ne parlerò nel prossimo post!



